March 6, 2010

Phase 1

Nel lusso incomparabile di 4 settimane di ferie, la prima é ormai conclusa, 8 giorni italiani a godersi casa, famiglia, amici, cibo italiano e una chiusura di inverno folle che passa da giornate di sole primaverile a nevicate improvvise.

Mi prendo il tempo per non fare niente, per confermare che a fare le espressioni di matematica sono ancora una macchina (anche quelle in cui c’è da convertire i numeri periodici in frazioni!), per andare in giro con la mamma mentre piove, per vedere amici che non vedevo da tantissimo (raduno della classe delle elementari, mica roba da ridere), per coccolare una nipotina che cresce e diventa sempre piu’ bella.

Sono anche riuscita a fare un giro in una Bologna grigia e improvvisamente sotto la neve ed é stato un po’ come incontrare il fidanzatino delle medie, lo riconosci, conosci le espressioni e le cose belle, ma ti accorgi anche di cambiamenti che non noti in cio’ che vedi tutti i giorni. Ho girato con gli occhi della turista tra piazza Santo Stefano e Corte Isolani, ho preso il cappuccino da Zanarini, comprato libri da Feltrinelli a porta Ravegnana e fatto windows shopping tra via Farini e via D’Azeglio, ricordandomi ad ogni angolo perchè amo questa città e perchè la sento cosi casa. Ma non ho potuto non vedere che via Indipendenza non è piu’  la via salotto di una volta, ci sono rimasta male nel vedere la jeep dell’esercito davanti a palazzo D’Accursio (l’ultima volta che ho visto l’esercito in una piazza ero a Beirut…) e ho avuto l’impressione che la gente fosse troppo di corsa e troppo lontana. Ma è bella Bologna, di una bellezza sottile e con qualche ruga, come le sue signore eleganti che vanno a spasso sotti i portici e se c’è un posto in cui penso di tornare forse è proprio all’ombra delle due torri che mi vedo. Senza fretta, senza progetti ne promesse, domani si torna in Svizzera e mercoledi si parte per la fase 2 della vacanza, con il sole dell’Andalusia che ci aspetta.

March 2, 2010

Empire state of mind

Ho un post in draft su questo anno americano appena chiuso da quando ho messo piede in aereo sulla via del ritorno, o forse ha cominciato a formarsi nella mia testa da quando la macchina ha lasciato il New Jersey direzione NYC in un venerdi sera con mille aspettative, lacrime e promesse di non perdersi di vista.

Salutare gli States é stato un po’ come chiudere una vacanza, ci si abbraccia, si scoprono cose incredibili proprio all’ultimo giorno, ci si dice che il mondo é piccolo e che un oceano si salta in fretta. Ci si riempiono gli occhi dei colori, delle luci e di quello skyline che non ha niente di uguale al mondo, con la certezza che non sarà l’ultima volta e con addosso quella malinconia sottile che ti entra dentro piano piano come ogni volta che si lascia qualcosa di bello, qualcosa che ti ha cambiato, qualcosa che ti ha fatto vedere il mondo in modo diverso.

February 24, 2010

Cose da ricordarsi…e in fretta

Il piede sinistro serve quando si guida, la vacanza da cambio automatico e’ finita.

Non si supera a destra in autostrada.

Non si gira a destra quando il semaforo e’ rosso anche se non c’e’ il cartello.

Quando si fa retromarcia bisogna guardare indietro che non c’e’ piu’ il sensore che fa bip bip.

Per salire in macchina bisogna lanciarsi verso il basso (spider) e non verso l’alto (SUV).

Gli autovelox ci sono, oh si.

February 11, 2010

Snow storm in NJ

Snow storm in NJ, originally uploaded by Littlelakes.

February 8, 2010

The Saints are coming

La mia iniziazione al football passa per uno dei pomeriggi in cortile in quel di corso Aldo Moro, quando l’America era un’entità misteriosa e lontana da cui il cugino di Tabba che ci andava ogni tanto portava a casa scarpe rarissime bianche con un baffo azzurro cielo e magliette gigantesche di squadre sconosciute che giocavano a uno sport che richiedeva di essere grandi, grossi e con una netta predisposizione ad accatastarsi in pile umane. Dei vari sport americani il football è forse quello che mi ha sempre affascinato di meno, credo di saper nominare un solo giocatore del passato (Dan Marino) perchè compariva in Ace Ventura  e uno del presente (Toni Romo) per avere regalato la sua maglietta a Michael dopo il soggiorno a Dallas; quanto alle regole, non credo di averle mai capite, se non per quel minimo evidente che se porti la palla dall’altra parte del campo becchi 6 punti, fai touchdown e hai anche un kick aggiuntivo.

Detto questo, ieri pomeriggio ero ovviamente parte di quei svariati americani che hanno guardato il Superbowl numero XLIV (sono curiosa di sapere quanti di tutti quei milioni hanno un’idea di come si leggano e usino i numeri romani), tra i riti americani il Superbowl party era uno dei pochi che mi mancava, per cui occasione da non perdere.

Il ritrovo è da Mare e Mike, con una tv 64 pollici a disposizione e una casa enorme non c’è migliore location possibile, anche perchè i party della famiglia Silva sono ormai riconosciuti come epocali, la composizione dei partecipanti eterogenea, i bambini in sala giochi (certo, se hai un’enorme casa americana e 3 figlie hai anche la sala giochi…) intenti a battere record a Super Mario, la birra in ghiaccio e il cibo in quantità industriali.

Prima tradizione del Superbowl: si scommette. Sul tavolo c’è una matrice 10×10, tu metti il tuo nome in una delle caselle e allunghi 5 $ a casella, poi si sorteggiano i numeri per le coordinate delle caselle che sono quindi in ordine totalmente sparso. Vince chi si è preso la casella individuata dalle seconde cifre dei numeri del risultato, un vincitore per quarto. Ho 5 $ in tasca e non vinco niente.

Seconda tradizione: America the beautiful (cantata da Queen Latifah) e l’inno nazionale (cantato da Carrie Underwood) si guardano tutti in piedi attorno al divano, poi si agguanta la birra e si prende posto.

Terza tradizione: il concerto dell’intervallo deve essere scintillante e travolgente, ma dopo l’incidente di qualche anno fa con Janet Jackson, costato alla CBS un bel po’ di quattrini, ci vanno cauti e procedono con riesumazioni geriatriche, per cui quest’anno ci sono gli Who che fanno il loro dovere cantando quelle che alle nuove generazioni sono ormai note come le sigle di tutti i CSI possibili (per la cronaca Baba O’Reily, Who are you, Won’t get fooled again).

Quarta tradizione: il quarto quarto è il migliore, pare che lo sappiano tutti, per cui i bambini mollano la Wii, le signore recalcitranti smettono di parlare di chi combina cosa con chi e tutti sono davanti alla tele. In effetti è vero, il quarto quarto è il migliore e l’intercetto e touchdown che svoltano la partita valgono da soli la visione della gara.

Vincono i Santi di New Orleans, qualcuno si lancia dicendo che è un segno della rinascita della città, ma quella che fanno vedere è solo Bourboun Street, già tirata a lucido per il Mardi Gras di settimana prossima e non è da li che si misura quanto lontani siano gli effetti di Katrina.

Quinta tradizione: gli spot in mezzo alla partita sono i migliori di sempre, ma devo dire che quest’anno non c’è stato niente di veramente folgorante, a parte il colpo a sorpresa del Late show, mettere quei tre tutti insieme ha richiesto coordinazione e trattative che in confronto i 3 di Yalta erano una combriccola di amici che si trovavano per una birretta.

Ultima tradizione americana: sleep over, le feste da Mare sono troppo epocali per mettermi in macchina da sola e ovviamente una enorme casa americana ha una camera per gli ospiti e io ormai sono una abituée.

February 7, 2010

American land

Saranno le scatole che cominciano a prendere la via del vecchio continente, le valigie nuove che sono arrivate, la lista dello shopping che si accorcia e i giorni americani che cominciano a sembrare un conto alla rovescia, fatto sta che questa canzone e’ spesso la mia colonna sonora, mi mette di buonumore ed e’ ovviamente sbagliata per le circostanze perche’ sarebbe piu’ adatta a qualcuno che in Americana ci deve arrivare…ma si e’ mai visto che io faccia le cose normali?

What is this land America so many travel there
I’m going now while I’m still young my darling meet me there
Wish me luck my lovely I’ll send for you when I can
And we’ll make our home in the American land

Over there all the woman wear silk and satin to their knees
And children dear, the sweets, I hear, are growing on the trees
Gold comes rushing out the rivers straight into your hands
When you make your home in the American Land

There’s diamonds in the sidewalk the’s gutters lined in song
Dear I hear that beer flows through the faucets all night long
There’s treasure for the taking, for any hard working man
Who will make his home in the American Land

I docked at Ellis Island in a city of light and spires
She met me in the valley of red-hot steel and fire
We made the steel that built the cities with our sweat and two hands
And we made our home in the American Land

There’s diamonds in the sidewalk the’s gutters lined in song
Dear I hear that beer flows through the faucets all night long
There’s treasure for the taking, for any hard working man
Who will make his home in the American Land

The McNicholas, the Posalski’s, the Smiths, Zerillis, too
The Blacks, the Irish, Italians, the Germans and the Jews
Come across the water a thousand miles from home
With nothin in their bellies but the fire down below

They died building the railroads worked to bones and skin
They died in the fields and factories names scattered in the wind
They died to get here a hundred years ago they’re still dyin now
The hands that built the country were always trying to keep down

There’s diamonds in the sidewalk the gutters lined in song
Dear I hear that beer flows through the faucets all night long
There’s treasure for the taking, for any hard working man
Who will make his home in the American Land
Who will make his home in the American Land
Who will make his home in the American Land

[American land - Bruce Springsteen]

February 6, 2010

Snowapocalypse? No, thanks

Se al telegiornale nominano il New Jersey nella lista dei posti colpiti dalla “peggior tempesta di neve del secolo”, stanno parlando del South Jersey, non di qui. Qui tutto bene, solo un freddo cane e un miliardo di cose da fare. Poi vi dico.

February 1, 2010

Angels of Harlem

Dicono che Harlem sia il posto hip del momento, quello in crescita piu’ rapida, quello in cui fare affari immobiliari se non si vuole varcare qualche ponte. Quando spunti dalla metro in una domenica mattina gelida e piena di sole di tutto questo futuro splendore non si vede traccia. Quella che ti trovi davanti e’ Harlem come te la immagini, niente grattacieli, negozietti e niente nomi famosi, tanta gente per strada e tutti nel loro migliore vestito della domenica (o nella loro migliore faccia inaffidabile da strada…).

Entrando in chiesa, gentilmente ti dicono che la funzione durera’ 2 ore, per cui se pensi di non volere rimanere fino alla fine non ci sono problemi, ma dovresti accomodarti nelle panche laterali, e lo fanno sorridendoti e dandoti la mano, dicendoti che sono felici di averti con loro.

Il coro si accomoda nella parte alta della chiesa, l’organo comincia a suonare ed e’ tutto un Amen e alleluja. Una funzione a Harlem e’ come te la immagini, solo che sentire quelle voci dal vero fa venire la pelle d’oca e vedere le signore super eleganti con cappellino fa sorridere e ascoltare il sermone del reverendo fa pensare a un posto un po’ anacronistico e fuori dal mondo. Il sermone si intitolava “Pull up your pants” , tirati su i pantaloni, esortazione dedicata a tutti quei giovani che per distinguersi o per indicare la loro ribellione portano i pantaloni calati ai limiti della gravita’. Per quanto lo spunto fosse interessanti (i pantaloni calati come segno di una morale altrettanto calata), poi il sermone si e’ perso in una filippica contro la cultura hip hop, una sorta di impossibile battaglia contro quello che e’ al momento un punto cardine della cultura black. Difficile spuntarla, nonostante gli amen che si sprecavano dalle prime file, soprattutto perche’ l’audience rappresentava demograficamente al massimo le nonne o le zie attempate di queste creature ribelli con le braghe calate.  Le 2 ore volano, e’ valsa la pena di lasciare i grattacieli e venire fin quassu’…give me a amen.

January 21, 2010

As time goes by…

Metto la testa fuori e respiro.

Ho chiuso l’anno facendo le 6 in ufficio, ho accolto l’anno nuovo su una barca sull’Hudson proprio di fronte alla statua della liberta’ (ma i fuochi del 4 luglio sono di gran lunga meglio di quelli di capodanno) e ho cominciato l’anno nuovo con 15 giorni filati di lavoro, no weekend, astenersi perditempo.

Ne e’ valsa la pena, dicono che il go live qui sia il migliore mai visto della storia dei chimici svizzeri e le cassandre che prevedevano apocalissi sono in un angolino a cercare qualcun’altro da ammorbare.

Pur essendo ben felice dei risultati, l’essere a questo punto significa anche che e’ gia’ ora di cominciare a impacchettare, la vecchia Europa aspetta e io con lei. Un paio d’ore fa ho portato Mik all’aeroporto, per lui la trasferta americana e’ gia’ finita, per me ci sono ancora 5 settimane con un bel po’ di cose da completare nella mia wish list americana (e con l’imperativo categorico di trovare un modo smart per far passare l’oceano a tutto quello che siamo riusciti ad accumulare qui).

Tra le cose da fare, tornare al museo di storia naturale e al Moma (Solina…che te lo dico a fare!), andare a vedere un musical a Broadway (Jersey boys, Rock of ages, West side story o Mamma mia??), saccheggiare Victoria’s secret, tornare a mangiare i ramen in Mark Street, provare le famose cupcakes di Magnolia Bakery, andare a vedere i Knicks al Madison e Jersey Devils, guardare il Super Bowl senza capirci niente di football..il tutto per far passare il tempo e far finta che sia tutto ok. Mi manchi gia’.

January 2, 2010

Alive & kicking

Sono viva, intrappolata in ufficio dal 2009 ma ci sono.

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