February 8, 2010

The Saints are coming

La mia iniziazione al football passa per uno dei pomeriggi in cortile in quel di corso Aldo Moro, quando l’America era un’entità misteriosa e lontana da cui il cugino di Tabba che ci andava ogni tanto portava a casa scarpe rarissime bianche con un baffo azzurro cielo e magliette gigantesche di squadre sconosciute che giocavano a uno sport che richiedeva di essere grandi, grossi e con una netta predisposizione ad accatastarsi in pile umane. Dei vari sport americani il football è forse quello che mi ha sempre affascinato di meno, credo di saper nominare un solo giocatore del passato (Dan Marino) perchè compariva in Ace Ventura  e uno del presente (Toni Romo) per avere regalato la sua maglietta a Michael dopo il soggiorno a Dallas; quanto alle regole, non credo di averle mai capite, se non per quel minimo evidente che se porti la palla dall’altra parte del campo becchi 6 punti, fai touchdown e hai anche un kick aggiuntivo.

Detto questo, ieri pomeriggio ero ovviamente parte di quei svariati americani che hanno guardato il Superbowl numero XLIV (sono curiosa di sapere quanti di tutti quei milioni hanno un’idea di come si leggano e usino i numeri romani), tra i riti americani il Superbowl party era uno dei pochi che mi mancava, per cui occasione da non perdere.

Il ritrovo è da Mare e Mike, con una tv 64 pollici a disposizione e una casa enorme non c’è migliore location possibile, anche perchè i party della famiglia Silva sono ormai riconosciuti come epocali, la composizione dei partecipanti eterogenea, i bambini in sala giochi (certo, se hai un’enorme casa americana e 3 figlie hai anche la sala giochi…) intenti a battere record a Super Mario, la birra in ghiaccio e il cibo in quantità industriali.

Prima tradizione del Superbowl: si scommette. Sul tavolo c’è una matrice 10×10, tu metti il tuo nome in una delle caselle e allunghi 5 $ a casella, poi si sorteggiano i numeri per le coordinate delle caselle che sono quindi in ordine totalmente sparso. Vince chi si è preso la casella individuata dalle seconde cifre dei numeri del risultato, un vincitore per quarto. Ho 5 $ in tasca e non vinco niente.

Seconda tradizione: America the beautiful (cantata da Queen Latifah) e l’inno nazionale (cantato da Carrie Underwood) si guardano tutti in piedi attorno al divano, poi si agguanta la birra e si prende posto.

Terza tradizione: il concerto dell’intervallo deve essere scintillante e travolgente, ma dopo l’incidente di qualche anno fa con Janet Jackson, costato alla CBS un bel po’ di quattrini, ci vanno cauti e procedono con riesumazioni geriatriche, per cui quest’anno ci sono gli Who che fanno il loro dovere cantando quelle che alle nuove generazioni sono ormai note come le sigle di tutti i CSI possibili (per la cronaca Baba O’Reily, Who are you, Won’t get fooled again).

Quarta tradizione: il quarto quarto è il migliore, pare che lo sappiano tutti, per cui i bambini mollano la Wii, le signore recalcitranti smettono di parlare di chi combina cosa con chi e tutti sono davanti alla tele. In effetti è vero, il quarto quarto è il migliore e l’intercetto e touchdown che svoltano la partita valgono da soli la visione della gara.

Vincono i Santi di New Orleans, qualcuno si lancia dicendo che è un segno della rinascita della città, ma quella che fanno vedere è solo Bourboun Street, già tirata a lucido per il Mardi Gras di settimana prossima e non è da li che si misura quanto lontani siano gli effetti di Katrina.

Quinta tradizione: gli spot in mezzo alla partita sono i migliori di sempre, ma devo dire che quest’anno non c’è stato niente di veramente folgorante, a parte il colpo a sorpresa del Late show, mettere quei tre tutti insieme ha richiesto coordinazione e trattative che in confronto i 3 di Yalta erano una combriccola di amici che si trovavano per una birretta.

Ultima tradizione americana: sleep over, le feste da Mare sono troppo epocali per mettermi in macchina da sola e ovviamente una enorme casa americana ha una camera per gli ospiti e io ormai sono una abituée.

February 7, 2010

American land

Saranno le scatole che cominciano a prendere la via del vecchio continente, le valigie nuove che sono arrivate, la lista dello shopping che si accorcia e i giorni americani che cominciano a sembrare un conto alla rovescia, fatto sta che questa canzone e’ spesso la mia colonna sonora, mi mette di buonumore ed e’ ovviamente sbagliata per le circostanze perche’ sarebbe piu’ adatta a qualcuno che in Americana ci deve arrivare…ma si e’ mai visto che io faccia le cose normali?

What is this land America so many travel there
I’m going now while I’m still young my darling meet me there
Wish me luck my lovely I’ll send for you when I can
And we’ll make our home in the American land

Over there all the woman wear silk and satin to their knees
And children dear, the sweets, I hear, are growing on the trees
Gold comes rushing out the rivers straight into your hands
When you make your home in the American Land

There’s diamonds in the sidewalk the’s gutters lined in song
Dear I hear that beer flows through the faucets all night long
There’s treasure for the taking, for any hard working man
Who will make his home in the American Land

I docked at Ellis Island in a city of light and spires
She met me in the valley of red-hot steel and fire
We made the steel that built the cities with our sweat and two hands
And we made our home in the American Land

There’s diamonds in the sidewalk the’s gutters lined in song
Dear I hear that beer flows through the faucets all night long
There’s treasure for the taking, for any hard working man
Who will make his home in the American Land

The McNicholas, the Posalski’s, the Smiths, Zerillis, too
The Blacks, the Irish, Italians, the Germans and the Jews
Come across the water a thousand miles from home
With nothin in their bellies but the fire down below

They died building the railroads worked to bones and skin
They died in the fields and factories names scattered in the wind
They died to get here a hundred years ago they’re still dyin now
The hands that built the country were always trying to keep down

There’s diamonds in the sidewalk the gutters lined in song
Dear I hear that beer flows through the faucets all night long
There’s treasure for the taking, for any hard working man
Who will make his home in the American Land
Who will make his home in the American Land
Who will make his home in the American Land

[American land - Bruce Springsteen]

February 6, 2010

Snowapocalypse? No, thanks

Se al telegiornale nominano il New Jersey nella lista dei posti colpiti dalla “peggior tempesta di neve del secolo”, stanno parlando del South Jersey, non di qui. Qui tutto bene, solo un freddo cane e un miliardo di cose da fare. Poi vi dico.

February 1, 2010

Angels of Harlem

Dicono che Harlem sia il posto hip del momento, quello in crescita piu’ rapida, quello in cui fare affari immobiliari se non si vuole varcare qualche ponte. Quando spunti dalla metro in una domenica mattina gelida e piena di sole di tutto questo futuro splendore non si vede traccia. Quella che ti trovi davanti e’ Harlem come te la immagini, niente grattacieli, negozietti e niente nomi famosi, tanta gente per strada e tutti nel loro migliore vestito della domenica (o nella loro migliore faccia inaffidabile da strada…).

Entrando in chiesa, gentilmente ti dicono che la funzione durera’ 2 ore, per cui se pensi di non volere rimanere fino alla fine non ci sono problemi, ma dovresti accomodarti nelle panche laterali, e lo fanno sorridendoti e dandoti la mano, dicendoti che sono felici di averti con loro.

Il coro si accomoda nella parte alta della chiesa, l’organo comincia a suonare ed e’ tutto un Amen e alleluja. Una funzione a Harlem e’ come te la immagini, solo che sentire quelle voci dal vero fa venire la pelle d’oca e vedere le signore super eleganti con cappellino fa sorridere e ascoltare il sermone del reverendo fa pensare a un posto un po’ anacronistico e fuori dal mondo. Il sermone si intitolava “Pull up your pants” , tirati su i pantaloni, esortazione dedicata a tutti quei giovani che per distinguersi o per indicare la loro ribellione portano i pantaloni calati ai limiti della gravita’. Per quanto lo spunto fosse interessanti (i pantaloni calati come segno di una morale altrettanto calata), poi il sermone si e’ perso in una filippica contro la cultura hip hop, una sorta di impossibile battaglia contro quello che e’ al momento un punto cardine della cultura black. Difficile spuntarla, nonostante gli amen che si sprecavano dalle prime file, soprattutto perche’ l’audience rappresentava demograficamente al massimo le nonne o le zie attempate di queste creature ribelli con le braghe calate.  Le 2 ore volano, e’ valsa la pena di lasciare i grattacieli e venire fin quassu’…give me a amen.

January 21, 2010

As time goes by…

Metto la testa fuori e respiro.

Ho chiuso l’anno facendo le 6 in ufficio, ho accolto l’anno nuovo su una barca sull’Hudson proprio di fronte alla statua della liberta’ (ma i fuochi del 4 luglio sono di gran lunga meglio di quelli di capodanno) e ho cominciato l’anno nuovo con 15 giorni filati di lavoro, no weekend, astenersi perditempo.

Ne e’ valsa la pena, dicono che il go live qui sia il migliore mai visto della storia dei chimici svizzeri e le cassandre che prevedevano apocalissi sono in un angolino a cercare qualcun’altro da ammorbare.

Pur essendo ben felice dei risultati, l’essere a questo punto significa anche che e’ gia’ ora di cominciare a impacchettare, la vecchia Europa aspetta e io con lei. Un paio d’ore fa ho portato Mik all’aeroporto, per lui la trasferta americana e’ gia’ finita, per me ci sono ancora 5 settimane con un bel po’ di cose da completare nella mia wish list americana (e con l’imperativo categorico di trovare un modo smart per far passare l’oceano a tutto quello che siamo riusciti ad accumulare qui).

Tra le cose da fare, tornare al museo di storia naturale e al Moma (Solina…che te lo dico a fare!), andare a vedere un musical a Broadway (Jersey boys, Rock of ages, West side story o Mamma mia??), saccheggiare Victoria’s secret, tornare a mangiare i ramen in Mark Street, provare le famose cupcakes di Magnolia Bakery, andare a vedere i Knicks al Madison e Jersey Devils, guardare il Super Bowl senza capirci niente di football..il tutto per far passare il tempo e far finta che sia tutto ok. Mi manchi gia’.

January 2, 2010

Alive & kicking

Sono viva, intrappolata in ufficio dal 2009 ma ci sono.

December 20, 2009

La tempesta del secolo

Da piu’ di una settimana tutti gli abitanti della costa Est degli States si stanno preparando a quella che e’ stata definita una delle piu’ grosse tempeste di neve degli ultimi anni. Il Weather channel ha tirato fuori dagli armadi le scarpe pesanti e ha mandato fuori tutti, anche un fattorino che passava di li per caso per garantire la copertura di tutti gli stati, di tutte le autostrade, di tutte le vecchiette che scivoleranno sul ghiaccio e di tutti le macchine che faranno un testacoda.

Fino alle 3 di ieri pomeriggio qui nel north Jersey non si era visto un fiocco di neve, poi ha cominciato. Sempre il Weather channel aveva spiegato che era meglio non mettersi per strada e per dettagliare il perche’ ha intervistato un poveraccio allucinato che era partito il giorno prima da Miami e ieri a ora di pranzo era all’altezza del Jersey shore. Ora, anche ci fossero stati 30 gradi quello sarebbe stato un uomo finito, ma tutto fa brodo, compreso il video mandato a nastro di uno che ha ripreso il pick up davanti a lui sculettare come una velina…ma nessuno ti dice che, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, la meta’ secca dei pick up non sono 4×4 e quindi se non sai guidare e se combini il fatto che qui il controllo di trazione non sanno cosi sia non e’ poi cosi inspiegabile che anche un real american truck finisca desolato a bordo strada. Il secondo messaggio piu’ gettonato e’ cosa portarsi se proprio proprio si deve uscire: emergency kit, cibo, coperte, torcia segnaletica e potendo anche un battaglione della Guradia Nazionale, ma questo e’ difficile perche’ hanno mandato tutti in Iraq. Ultimo ma non ultimo, se sei uscito e se non sei morto nella tempesta, l’ultima cosa che ti rimane da fare e’ mandare le tue foto e i tuoi video alla redazione del Weather channel, cosi per Natale potrai fare il figo con i parenti per essere andato su una tv nazionale.

Ora.

Noi dovevamo comprare il pane e l’acqua, ma al supermercato solito, quello che e’ talmente grande da far sembrare la piu’ grande delle Ipercoop come la bottega della sora Maria esponevano insegne lampeggianti con scritto “Apocalipse now” e non era un omaggio a Coppola, il parcheggio era pieno e le persone che ne uscivano avevano roba per allestire una catena di rifugi anti atomici,per cui abbiamo girato la macchina e ce ne siamo andati, destinazione Home Depot, che e’ come il Brico, ma indovina…piu’ grande. Da Home Depot il leit motiv era “Se non hai una pala e un sacco di sale non sei nessuno”, noi dovevamo comprare un’asse di legno e 4 viti per l’attacco bricolage di Mik e ci siamo trovati in fila con gente che probabilmente ha giardini grandi come il Giants stadium…probabilmente.

In compenso all’uscita stava nevicando, con buona pace del nostro cinismo e snobismo europeo il cielo era bianco latteo e il vento tirava bello arrabbiato. Ha nevicato tutta la notte, cosa documentata dal fatto che ormai sapevo i tempi sul giro dello spazzaneve del nostro condominio, dal fatto che si sono sentite sirene tutto il tempo e soprattutto dal fatto che stamattina era tutto bello bianco. Uscita dal letto per verificare, la delusione: saranno nemmeno 10 cm, roba che in Svizzera non la contano nemmeno come valida per bagnare le scarpe e c’e’ gia’ il sole.

Gli amici del Weather channel sono ancora li, impavidi, a dare consigli…portate l’emergency kit e le coperte…ma le gomme da neve e le catene magari? No, qui non sanno nemmeno cosa siano. In compenso pero’ se fossi un italiano che sta partendo per venire a New York sarei davvero preoccupato, insomma con il tipo di copertura giornalistica che ne hanno dato i giornali italiani il dubbio che nel mio albergo ci sia almeno lo Yeti  o che sia in corso la glaciazione di The day after tomorrowce l’avrei. E’ tutto sotto controllo, venite tutti, ci sono tonnellate di sale stivate nei dock sull’Hudson, flottiglie di spazzaneve, di cittadini pala-muniti e di compressorini spala neve, ma soprattutto ci sono saldi ovnque.

PS Questo post in realta’ parlava della differenza nell’affrontare le situazioni di potenziale emergenza tra la italica patria e l’attuale casa americana, del fatto che esista un giusto mezzo tra l’acquistare un gatto delle nevi aspettando il peggio e non buttare nemmeno un grammo di sale in terra pur sapendo che nevichera’, del fatto che gli americani sono buffi e si spaventano con niente, mentre gli italiani ridono in faccia a tutto. Pero’ almeno quando gli americani rimangono bloccati in autostrada le coperte e il cibo ce le hanno (le catene no, le gomme termiche nemmeno) mentre gli italiani sono ancora la sulla Bologna-Firenze che aspettano. O guardando l’altro lato della medaglia, gli americani hanno speso soldi per pale e emergency kit di cui non se ne faranno niente, mentre gli italiani con gli stessi soldi si sono comprati un telefonino nuovo. Come sempre il giusto sta nel mezzo, ma siccome in mezzo c’e’ un Oceano nessuno e’ riuscito d acchiapparlo e io continuo a guardare il Weather channel, desiderando essere in Emilia, dove adesso la neve c’e’ davvero.

December 18, 2009

Freitag customer care

Questi sono veramente fantastici :)

Dear Cristina of idyllic Wohlen your Ordernumber is: xxxxx

We‘re honered to announce that you soon will be proud F41 HAWAII FIVE – 0 and V60 GIF©BOX owner. We do everything within and beyond our power to make sure that in no time a charming delivery man will ring your bell to hand over your personal piece of FREITAG!

Later this evening we‘re going to celebrate your shopping skills till dawn and we will drink at least 17 times to you. Therefore again, thank you very much!

Best regards
Your FREITAG Online Team

November 26, 2009

Happy Thanksgiving!

Aggiungiamo un’altra pietra miliare alle feste americane, oggi e’ il giorno del Ringraziamento, quello in cui si ricora che quando gli europei arrivarono qui erano cosi scalcagnati e malridotti che se non gli davano da mangiare i nativi americani (gli indiani, proprio loro, in questo caso quelli del New England, tipo Ultimo dei mohicani e non quelli del Southwest tipo Navaho) morivano tutti di fame. Coincidenza vuole che sto leggendo un librone sulla storia dei nativi e il ringraziamento che hanno ricevuto e’ piuttosto discutibile, terre espropriate e epidemie di vaiolo. Ma tant’e', deve essere una fissa nazionale fin dai tempi piu’ remoti quella di esportare qualcosa di nobile a spese di societa’ “incivili”, per cui pazienza, continuo a farmi venire il magone leggendo il mio libro e mi godo i due giorni di festa che il Thanksgiving si porta in omaggio.

Il Thanksgiving rappresenta l’inizio ufficiale delle feste e crisi o no, a Manhattan l’hanno presa sul serio: sulla quinta per esempio, all’incrocio con la 57esima (dove c’e’ Tiffany’s insomma) c’e’ una stella/fiocco di neve talmente grande e talmente bella che sospetto sia l’apertura di un varco spazio temporale su una dimensione parallela fatata e meravigliosa dove nessuno, ne uomini ne donne, porta gli Ugg. L’albero di Natale del Rockfeller center e’ gia’ posizionato e la pista di pattinaggio sul ghiaccio e’ aperta, tanto anche se piove o non fa abbastanza freddo non e’ un problema perche’ la pista non e’ di ghiaccio, ma bensi di una qualche misteriosa sostanza chimica ben piu’ facile da mantenere. Da Macy’s ci sono le vetrine di Natale, le luci, gli alberi e le decorazioni rosse con scritto “Believe!”, credere a cosa non e’ dato sapere e le commesse sono lo stesso scorbutiche.

Domani e’ il black Friday, il giorno in cui i negozi apriranno alle 4 o alle 5 del mattino con offerte imperdibili, tipo 20 televisioni a meta’ prezzo o un set di pentole a 99,99$. La procedura per il black Friday e’ campeggiare e dormire fuori dal negozio questa notte, in modo da essere in prima fila quando all’alba aprono le porte, correre dentro come forsennati e arraffare qualunque cosa su cui si riescano a mettere le mani, che serva o meno non importa, alle brutte c’e’ eBay. A margine si contano contusi, incazzati e qualche anno fa anche un morto, un commesso di Walmart letteralmente travolto dalla folla che cercava di fermare. Per quanto mi riguarda, il black Friday lo faccio dal divano, tenedomi alla larga da centri commerciali, mall e zone shopping, a completare i regali di Natale ci pensero’ sabato.

Per chiudere, quello per cui sono grata:

Sono grata di essere qui, con un lavoro (che mi piace anche), ma soprattutto con la persona che rende speciali i miei giorni. Sono grata di aver visto il sole filtrare tra le foglie del Maine e tra le rocce dell”Antelope canyon. Sono grata di avere una famiglia che mi aspetta a casa tra qualche giorno e che mi fa sentire il suo abbraccio anche con un oceano di mezzo. Sono grata di avere trovato persone che posso dire davvero amiche in ogni continente (due le vediamo oggi e sono cosi speciali che ci cucinano il tacchino solo per noi visto che loro sono vegetariani). E sono grata per il mio paio di Louboutin che mi sa che mi metto sabato per la festa di compleanno di Nancy.

November 11, 2009

Nel mezzo del niente, Ohio

Dicono che questa è la vera America e ho l’impressione che sia molto vero: niente vista dell’Empire State Building questa settimana, al suo posto grigio e freddo e vista a perdita d’occhio sul nulla assoluto dell’Ohio. Marion, Ohio è una cittadina da quasi 23,000 abitanti, ma a meno che non dormano tutti nel retrobottega non ho ancora capito dove stiano, perché sulla strada principale ci sono in gran parata punti vendita di tutte le catene di fast food possibili e le tradizionali concessionarie auto con le bandierine argentate e i piazzali pieni. Andando piu’ avanti comincia la serie delle chiese, ho l’impressione che andando ancora oltre ci siano anche le case ma per adesso non le ho viste.

Al plant ci hanno spiegato che da qui è facile raggiungere un sacco di posti in America, ci hanno anche raccontato che ci sono 5 prigioni nel raggio di meno di 10 miglia e che il business dei carceri da lavoro a quasi 1800 persone qui intorno, quindi tutto sommato non dispiace nemmeno. Gli uffici sono piu’ belli e piu’ nuovi di quelli del Jersey, c’è anche una palestra a disposizione di tutti i dipendenti che puo’ essere considerata allo stato dell’arte, ma per ora non ci ho ancora visto nessuno, come in tutti i plant le persone sono molto piu’ easy e nel giro di mezzora stavano già ingaggiando il team svizzero per il torneo di bowling post cutover.

Si lavorano le solite 11 ore al giorno, nonostante tutto il morale è alto…ah, il fatto di sapere che sabato si vola a sud verso Dallas per la settimana successiva e che laggiu’ mi aspettano 24 gradi, sole, un rodeo e mik aiuta. Oh si che aiuta.

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