March 30, 2009

Artigli

Sfruttando la combinazione perfetta weekend piovoso + moroso in consegna ne ho approfittato per dedicarmi all’attivita’ che piu’ appassiona le donne americane, ovvero farsi le unghie. In un paesino da niente come quello in cui abitiamo nel bel New Jersey solo sulla main street ci sono almeno 4 negozi con l’insegna “Nails” bella luccicante, di media sono gestiti da sorridenti ragazze asiatiche o ispaniche e di media propogono trattementi il cui senso per me che mi smangiucchio le unghie da ormai 30 anni e’ del tutto oscuro.

Qui pero’ la cosa delle unghie la prendono molto sul serio, crisi o no, GM al fallimento o meno, non c’e’ americana che non spenda i suoi 20 dollari per la manicure bisettimanale per cui , forte del principio che se vivi in un paese devi provare a fare quello che fanno gli indigeni, sabato pomeriggio ho preso su baracca e burattini e mi sono lanciata nella missione unghie.

La mia scelta del negozio e’ stata come sempre dettata da motivi profondi e ponderati (c’era posto per parcheggiare davanti ed essendo gestito da ragazze messicane era piu’ probabile che ci capissimo, l’inglese con l’accento asiatico per me e’ ancora un problema), sul tipo di trattamento invece mi ero documentata un po’ on line, preferendo il gel all’acrilico. Quella che per me sembrava la questione sostanziale si e’ invece rivelata essere la punta di un iceberg decisionale di articolata complessita’.

Abbiamo detto gel, ovviamente (come detto sopra, sono pessima con le mie unghie) ci vogliono le clip (le estensioni dell’unghia), poi la prima domanda: quanto lunghe? Faccio vedere quella che io considero una lunghezza smodata e Mariana, la mia nuova manicure, commenta con aria triste “ah very short then” e tira fuori un aggeggio a meta’ tra la tronchese e lo strumento di tortura che assassina le clip appena messe. Raggiunta la decisione sulla lunghezza si pone il problema della forma e non amando le unghie panterose richiedo che sia stondata…altro sospiro e Mariana comincia a limare e fresare.

Poi si passa al gel: in pratica la ricostruzione viene fatta con un gel che viene modellato direttamente sull’unghia e che indurisce quasi istantaneamente mettendo la mano in una specie di fornetto scalda brioche del Mulino Bianco che e’ in realta’ un fornino a raggi UV. Dopo due applicazioni di gel a me sembrano gia’ bellissime e comincio a dare segni di impazienza, salvo poi scoprire che siamo a meta’ nemmeno del lavoro e che a breve si porra’ un’altra domanda esistenziale. French? Ora a me il french piace, ma tutto sommato non ci impazzisco, per cui chiedo di provare e decido che no, non mi piace e vado per il tutto naturale. Mariana ormai non sospira nememno piu’ e continua a stendere mani di gel che molto porbabilmente stanno usando anche per le fondamenta della Freedom Tower visto come prende bene…

Un po’ di forno, lima, smalto dopo, restano solo l’esfoliazione e il massaggio delle mani, c’e’ voluta un’ora e mezza ma sono ben contenta dei miei aritigli. Ultima domanda: appuntamento per il refill? Capisco di essermi cacciata in un’altra dipendenza estetica paragonabile (o forse peggio) a quella della decisione di farmi crescere la frangia. Ok Mariana, pago, fisso l’appuntamento per la pausa pranzo del giorno in cui dovro’ partire per la Svizzera, lascio la mancia, sorriso, commento della proprietaria “Pensavo fossi russa, qui tutti dicono che sono italiani ma non e’ vero, tu invece sei un’italiana vera”, penso a Cutugno e faccio ciao ciao con le mie nuove mani scintillanti.

March 23, 2009

Planning über alles

Dovevamo andare al MoMA, invece la giornata di sole ha avuto il sopravvento e siamo rimasti in giro per Manhattan, perdendo tempo (e soldi) da B&H, un posto che farebbe venir voglia di imparare a fare fotografie anche alla pietre, per non dire dei carrellini che ti passano sopra la testa portando in giro la merce per tutto il negozio, da Manolo Blahnik che sta proprio di fronte al MoMA quindi ci veniva di strada e poi da Bergdorf Goodman, che se vi ricorda American Psycho avete ragione, è proprio quello.

Si giunge a svariate conclusioni, tra cui che il MoMA lo vediamo un’altra volta, spendere 20 $ a testa per essere di fretta non ha senso, che Manolo Blahnik è un miracolato da SJP (si confermo, ci siamo girati tutto il negozio e mi ha strappato un paio di “carine”, ma per 700 $ di media ci vuole ben altro), che il target prossimo venturo in ambito calzaturiero ha una suola rossa, un tacco 1o e il resto a scelta tra pitone, vernice o suede, che  un make up artist di Lancome  puo’ farci divertire per mezzora con le spiegazioni del perchè la crema contorno occhi andrebbe usata sempre, del come fare miracoli con un correttore, per poi ovviamente farmi comprare di tutto e che il Chrysler Building è di gran lunga il mio preferito.

I assure we are open


More familiar in B&W?

Originally uploaded by Littlelakes.

Ad avere molto tempo a disposizione e altrettanta fantasia puo’ succedere che in un sabato mattina freddo e assolato si finisca per infilarsi lungo una highway americana, direzione sud, con l’epica destinazione del Quick Stop di Clerks.
Il New Jersey è un posto strano, vicinissimo a Manhattan ma allo stesso tempo lontano anni luce. Te ne accorgi immediatamente quando la highway esce da Newark e ti ritrovi nel mezzo di un nulla fatto di fabbriche, motel, centri commerciali e go go bar. Ora sui go go bar prima o poi ci torneremo, ho l’impressione che la mancanza completa di cose da fare sia sfociata in un florilegio di mega mall e di posti con le donnine nude. Ne parlavamo passando di fianco all’ennesimo mega parcheggio di altrettanto mega complesso commerciale, se nasci qui devi sperare che il tuo cervello/muscoli funizonino, che ti prendano in un bel college e che il biglietto sia di sola andata.
Tanto per chiarire che genere di posto è il New Jersey, la canzone che lo stato ha scelto per rappresentarsi è ovviamente di uno dei suoi cittadini piu’ illustri, sua maestà Bruce Springsteen, la canzone in questione è Born to run, che è semplicemente meravigliosa, non fosse che parla di uno che dal New Jersey non vede l’ora di fuggire!
In una delle mille serie che in Italia non si sono mai viste, Kevin Smith interpretava se stesso e ad un giovane musicista che gli chiedeva cosa avrebbe fatto se non fosse stato un regista rispondeva: “Ehi, I’m a Jersey boy, not being a director I would have dated Jay”.
Tornando al Quick Stop, il negozio è come te lo immagini, solo che avendo visto il film in bianco e nero, il giallo fresco di pittura dei muri coglie un po’ di sorpresa. Di fianco c’è ovviamente il videonoleggio, che pero’ è chiuso, mentre dentro è tutto come nel film e come in altri mille posti come questo dispersi nel niente americano. In cassa, sign of the times, c’è un indiano, Randal e Dante sono ormai altrove.

March 20, 2009

…and back!

Andata e tornata, passare dalla Svizzera è stato strano, è casa, ma non ancora cosi casa come l’Italia e senza Mik ad aspettarmi non poteva essere un ritorno “normale”.
Ho scoperto di aver dimenticato l’uso della frizione, sarà stato il rincoglionimento da volo notturno in economy o la depressione di guidare una Grande Punto a noleggio, ma quando domenica mattina ho acceso la macchina, il mio piede sinistro era totalmente inerte e ho allegramente fatto spegnere il motore. Per il resto, c’era ancora la neve sulle colline, c’è lavoro per 2 anni e soldi per 6 mesi (situazione normale in questa fase del progetto…almeno spero), ci sono facce amiche da un lato e dall’altro dell’oceano e anche un po’ di nostalgia per la vecchia Europa.
Detto questo, sono già nel nuovo mondo, qui nevica, il weekend è vicino e io ho sonno.

March 14, 2009

Intermezzo

Tra qualche ora parto, 3 giorni di meeting imperdibili in Svizzera, avanti e indietro da un continente all’altro, giusto il tempo di farsi del male con ill fuso orario e di approfittarne per cominciare a portare a casa qualcosa. Queste prime 6 settimane americane sono passate alla velocita’ della luce, ne restano altre 3 prma della pausa di Pasqua, che potrebbe essere la permanenza piu’ lunga fuori dagli USA dell’anno.

Ieri siamo andati a vedere un altro complesso di appartamenti, questo non sarebbe arredato, ma ovviamente qui sono pronti a tutto e ci sono compagnie che ti affittano l’arredamento e tutto quello che serve in una casa. Abbiamo fatto il nostro bravo foglio Excel e il risparmio mensile sarebbe di quasi 1000 dollari, con l’ulteriore guadagno di uno spazio loft per lo studio di mik e della vista su manhattan. Mi sa proprio che cambieremo casa ancora una volta al ritorno qui a maggio, ma d’altra parte dobbiamo tenere il ritmo!

March 9, 2009

Adoro le contraddizioni e la cioccolata

Ieri primo esperimento dolciario americano, brownies con le noci. Il risultato è che li dovevo fare nella pirofila piu’ piccola, ma nonostante la forma non perfetta, il risultato è ottimo, calorico fino all’inverosimile e irresistibile.

Ho anche adottato un approccio all’americana di guerra preventiva: ho preparato l’impasto, li ho messi nel forno e sono andata in palestra a dichiarare guerra alle calorie future.

March 5, 2009

NBA night


Tonight

Originally uploaded by Littlelakes.

Per una cresciuta a basket city una partita della NBA rappresenta una specie di sogno, un punto fermo nella lista delle cose da fare almeno una volta nella vita e ieri sera è stato il mio momento, New Jersey Nets vs Boston Celtics proprio dietro casa.
Arriviamo alla IZOD Arena che è lo stadio di casa dei Nets (di fianco al Giants stadium, giusto per aumentare il repertorio di miti sportivi) con il giusto anticipo e la prima conferma è che qui non c’è polizia, ne file separate per gli ospiti, si entra tutti insieme, magliette e cappellini ben in vista e ovviamente nessuno batte ciglio.
Troviamo il nostro posto in piccionaia e ci dotiamo delle vettovaglie di ordinanza, panino con “vera salsiccia italiana” con contorno di un quintale di cipolla e peperoni e birra ghiacciata (yes, vendono alcolici all’interno degli stadi, credo sia una misura obbligatoria per tollerare certi sport con durata oceanica – la puntata in cui Homer Simpson scopre che senza birra il baseball è noioso è un caposaldo a questo proposito).
Prima della partita ci godiamo lo spettacolo di un paio di scuole locali che mandano le loro mini cheerleaders ad allietare il pubblico, poi lo show comincia.
Entra la bandiera, entra il picchetto d’onore, tutti in piedi, Star spangled banner. Non mi aspettavo l’inno nazionale prima della partita, pensavo fosse una cosa riservata al Superbowl o simili, ammetto che è stato piuttosto impressionante, sarà che il loro inno è un po’ meno marcetta del nostro e che la tipa che l’ha cantato aveva un vocione o che io sono una pappamolla che si commuove con niente.
Alla presentazione delle squadre scopro che Kevin Garnett è infortunato e ci rimango un po’ male, ma va bene lo stesso, il tasso di talento pro capite è tale e tanto che non ci mancherà niente comunque.
La vera sorpresa della serata è il silenzio. Abituata al tifo della Fortitudo, le musichette organizzate e il classico “defense” suonano praticamente come il vuoto pneumatico, tant’è che la partita comincia e quasi non ce ne accorgiamo! In compenso c’è una musichetta per tutto, attacco, difesa, pause, situazioni emozionanti e il pubblico risponde diligentemente, ma niente di spontaneo. Unico guizzo di passione è all’ingresso in campo di Stephon Marbury, che in quanto ex Nets si becca urli e fischi ogni volta che tocca palla.
Al primo time out cominciamo a capire il motivo per cui tutti sono li, che non è il basket, ma essere inquadrati sul maxi schermo: non c’è adulto, vecchio o bambino che resista alla tentazione di mettere in scena balletti, saluti e sorrisi appena si veda inquadrato, si vedono cose imbarazzanti ma anche cose divertenti e già che ci siamo si vede pure Mary J Blidge in parterre.
Al secondo time out la mascotte dei Nets e una squadriglia di cheerleader entrano in campo con dosi massicce di magliette da lanciare al pubblico e noi ovviamente ci guardiamo intorno senza capire perchè anche in piccionaia si dimenino per farsi notare. Salvo escludere che nella mascotte si nasconda il migliore lanciatore degli Yankees, pare poco probabile che qualcosa possa atterrare dalle nostre parti e invece, come sempre, la creatività americana ci coglie di sorpresa. La mascotta ha un cannoncino ad aria compressa che spara le magliette ben piu’ in alto di noi, ma questo non è tutto: dopo altri due time out, lo stesso cannoncino verrà utilizzato per lanciare i burritos (opportunamente incartati e sigillati) offerti dallo sponsor Chipote e sul burrito volante constatiamo la definitiva superiorità organizzativa di questa nazione.
Tra un time out e l’altro c’è anche una partita di basket che procede a velocità non riscontrabili su un campo italiano, senza schiaccioni o cose stratosferiche, ma con un ritmo e una facilità di gioco che sono una gioia per i miei occhi.
Alla fine del terzo quarto Boston è sopra di 9, vantaggio che ha accumulato all’inizio ed è rimasto piu’ o meno costante per tutto il tempo, salvo che nell’ultimo quarto Vince Carter decide che non vuol vedere i tifosi dei Nets andarsene in anticipo e si mette alla testa di una rimonta che porta NJ in parità a un minuto dalla fine. Peccato poi che lo stesso Vince decida che la partita o la vince lui o nessuno, che si traduce in una padellata totale sul tiro che potrebbe dare la vittoria ai Nets, contropiede di Boston, paniere, mamma butta la pasta.
A fine mese sbarcano qui i Lakers, considerato che a questo giro non ho acchiappato né una maglietta né un burritos, che non sono stata inquadrata sul maxi schermo e che ho ancora qualche dubbio sulla coreografia con triplo salto mortale, forse forse un pensiero ce lo faccio. Che poi ci sia anche Kobe Briant è un dettaglio.

March 2, 2009

Crucci americani

C’è una domanda che tiene banco su tutti i media americani da qualche giorno e come spesso accade è legata agli Obamas. La situazione economica del paese farebbe pensare all’implementazione del piano per lo stimulus, o magari ai piani per il ritiro dall’Iraq, per non dire della svolta eco-compatibile del paese.
Niente di tutto questo.
Il problema che toglie il sonno agli americani, o meglio, alle signore americane, è legato alla foto ufficiale della first lady e alle sue frequenti apparizioni smanicata (vedi copertina di Vogue US di questo mese).
Come si fa ad avere braccia toniche come Michelle Obama? Se lo sono chiesti anche alla CNN, mentre quei criticoni del Boston Herald hanno fatto presente che con la neve di fuori ci si mette il maglioncino fatto a maglia dalla nonna.
La cosa importante è che comunque l’economia migliora anche grazie alle braccia toniche di Michelle, i pesetti da 1 kg (non mi chiedete quante libbre please, le unità di misura di questo paese sono un mistero piu’ fitto del colore dei capelli di Donald Trump) vanno a ruba e i personal trainer mollano il pilates per passare al “piano Michelle”.
Ieri sono andata in palestra anche io. Oggi nevica. Saranno tutte coincidenze.

Domanda

Ma al tg l’hanno detto che la costa est degli Stati Ubiti e’ nella morsa del gelo? No perche’ qui nevica e fa -6, l’ideale per uscire da un letto caldo e mettersi in movimento per la settimana.