October 30, 2009
Tricks or treats?
Gettin’ ready for Halloween, originally uploaded by Littlelakes
Gettin’ ready for Halloween, originally uploaded by Littlelakes
Non è un mistero che io abbia un debole per tutto quello che si puo’ comprare in una profumeria, sarà stato l’imprinting di aver lavorato per la mitica signora Tiziana, una donna meravigliosa che come prima informazione fondamentale ti insegnava che le giovani donne non erano ragazze (troppo confidenziale) ma signorine e che il rispetto era dovuto a tutti, sia che comprassero una saponetta da 2000 lire, sia che volessero la mitica crema al caviale de La Prairie (che all’epoca costava un mezzo milione…). Adoro curiosare per gli scaffali, aspetto con curiosità di vedere quali saranno i nuovi colori (al momento la collezione Noires obscures di Chanel è la mia preferita autunno-inverno 2009) e soprattutto non so resistere alla tentazione di farmi pasticciare la faccia da un truccatore professionista…l’ultima che lo ha fatto si è talmente divertita che la settimana scorsa mi sono trovata nella posta una busta in carta con le 2 C incrociate e un messaggio scritto a mano in cui mi ringraziava per il tempo (e magari pure per quanto ho speso, ma questo non si dice…) che le ho dedicato e mi lasciava il suo numero che non si sa mai..
Dopo il dovuto preambolo, due mattine di sveglie ben prima dell’alba mi hanno fatto ringraziare alcuni trucchetti salvavita imparati nel corso degli anni e siccome sono generosa di natura e non ho ancora completato la casella “post echissenefrega 2009″ ho pensato di condividere.
1) se hai due soldi da spendere, comprati un primer, non c’è niente come un primer per rendere la faccia presentabile anche in casi estremi
2) prima del trucco agli occhi, stendi un po’ di correttore sotto l’arcata sopracigliare, illumina istantaneamente e fa spiccare meglio gli occhi
3) trucca prima gli occhi, specie nel caso di ombretti scuri, poi vai con fondotinta e correttore, cosi puoi coprire eventuali “cadute” di colore e evitare l’effetto panda (occhi neri o ombre dove non dovrebbero esserci)
Fatto. Non ve ne poteva fregare di meno, ma io mi sento piu’ allegra adesso.
Allora prima le questioni importanti: perchè le aragoste e le foglie diventano rosse, le prime in autunno e le seconde quando vengono bollite?
Sia le foglie che le aragoste sono naturalmente rosse, ma non lo fanno vedere, le foglie perchè la clorifilla copre il colore, le aragoste per via di una proteina che le fa sembrare grigioline o marrone scuro. Quando il sole diminuisce e la temperatura cala, anche la produzione di clorofilla cala e le foglie lasciano emergere il loro colore rosso, mentre per le aragoste lo stesso effetto si ottiene con la temperatura elevata dell’acqua in cui vengono bollite. Fine della lezioncina.
A Cape Cod ci siamo arrivati in mezzo a una tempesta che non ha mollato il colpo nemmeno per un minuto per tutto il tempo che siamo stati li. A dire la verità l’inizio è stato abbastanza scoraggiante, la strada principale corre attraverso una cortina pressochè ininterrotta di alberi, per cui sai che sei a Cape Cod solo perchè i cartelli te lo stanno dicendo. Quando arriviamo a Provincetown, ultima cittadina del Capo, è già buio e cominciamo a cercare un posto in cui dormire. Provincetown è una citta gay friendly, la versione del New England di Key West, ci sono bandiere arcobaleno ovunque, una fauna che nonostante la bassa stagione avanzata è decisamente riconoscibile e un assortimento di locali, negozi e ristoranti sopra la media e sopra le righe. Quello che non ci aspettiamo è che parecchi alberghi sono sold out, non c’è una stanza in nessuno di quelli che ci piacciono, per cui alla fine optiamo per un ostello alternativo in cui siamo l’unica coppia etero della lista ospiti: che altro c’è nella lista ospiti lo lascio all’immaginazione, aggiungo solo che in un paio di casi il genere del soggetto in questione è stato a lungo dibattuto e in alcuni casi anche lasciato in sospeso.
Provincetown è un villaggio di pescatori che si è trasformato in Ibiza, come tutti i posti che vanno attraverso una tale mutazione è ancora possibile capire che cos’era il posto prima, ma bisogna cercare bene e soprattutto bisogna uscire dal centro. La spiaggia nella tempesta è bellissima e deserta, non si riesce quasi a rimanere fuori dalla macchina per via del vento e della pioggia, ma è difficile resistere, per cui anche a costo di infradiciarmi fino alle ossa metto il naso fuori e mi godo la potenza dell’oceano e la bellezza assoluta di un cielo grigio e violento. Quello che risulta chiaro è perchè la colonia originale di Cape Cod fosse portoghese, non c’è spazio per marinai d’acqua dolce, non a caso il piu’ famoso marinaio della letteratura, il Capitano Akab, naviagava in queste acque a caccia di Moby Dick partendo dall’isola di Nantucket, che è poco piu’ a sud del Capo. Pur in modo diverso, la sensazione è simile a quella che si ha affacciandosi al rim del Gran Canyon, ci si sente piccoli piccoli e a metà strada tra la soggezione e una felicità molto primordiale difficile da spiegare.
Quello che ancora riusciamo a vedere a Cape Cod è l’Oyster Festival di Wellfleet, un paesino che al contrario di Provincetown è rimasto com’era un secolo fa e che ancora vive della cultura delle ostriche. Il record di quest’anno sono 24 ostriche aperte e adagiate per benino su un vassoio in 1 minuto e 40 secondi. Il nostro record sono invece 12 ostriche di bontà assoluta (per 10 dollari), 12 ostriche fritte e zuppa di ostriche…menu’ abbastanza monotematico, ma quando ricapita piu’? Quello che non riusciamo a vedere è la spiaggia da cui è stata effettuata la prima trasmissione telegrafica trans oceanica che sorpresa sorpresa si chiama Marconi beach, le balene e la zona sud dell’isola in cui c’è il Kennedy compound, ma va bene cosi.
United colors of Maine – maple tree, originally uploaded by Littlelakes.
Aggiungo un nuovo elemento alla lista dei motivi per cui sono felice di questa esperienza americana, ed e’ il New England d’autunno e raggiungo un’altra personale convinzione, non si e’ visto niente di assolutamente rosso finche’ non si sono messi gli occhi su un acero che si sta preparando all’inverno.
Arriviamo a Rockport davvero tardi, recuperiamo un posto dove dormire andando a orecchio, nel senso che scegliamo il motel da cui sentiamo meglio il rumore delle onde, anche se l’oceano lo intuiamo soltanto. Non c’e’ niente di aperto a quell’ora, il proprietario del motel ci passa quella che e’ forse l’informazione piu’ preziosa della vacanza, in questo angolo di States alle 8 i ristoranti chiudono, out of business, fine dei giochi. Abituati ai diner around the clock del Jersey e al qualunque cosa a qualunque ora della city e’ un bel cambio.
La mattina ci svegliamo con il rumore dell’oceano e con l’abbaiare di un paio di cani che giocano sulla spiaggia e ci aspetta la vista meravigliosa di una baia che sembra sospesa nel tempo. Il paesino e’ come ti immagini un paesino del New England, casettine colorate, giardini perfetti, persone gentilissime e un accento che non sa piu’ di tony soprano. Girelliamo un po’ e entriamo nel general store per comprare una berretta di lana, l’aria e’ pungente nonostante il sole: qui la seconda scoperta della vacanza, ovvero che il New England e’ il paradiso dello shopping vestiti per mik. Il general store vende quello di cui ha bisogno la gente del paese, ovvero gente che principalmente lavora sull’oceano o all’aperto, quindi abbigliamento tecnico, comodo e a buon mercato. Con questa premessa ti aspetteresti roba da discount e invece ci si porta a casa per pochissimo felpe e cargo Cahrart, maglioni e giacche Woolrich e il sorriso incredulo della proprietaria a cui racocntiamo che in Italia per il prezzo a cui mik si sta portando a casa questo mondo e quell’altro ti danno forse la berretta. Forse. Nota negativa, io torno a becco asciutto, lo stesso general store serve anche il gentil sesso locale che ha come icona di stile Jessica Fletcher e quindi assortimento di conseguenza.
Dal Massachussets risaliamo attraverso il New Hampshire in direzione Maine e un po’ alla volta il panorama cambia e si comincia a capire perche’ l’autunno e’ la stagione del Maine, almeno per il nostro gusto allergico alle folle. Ci sono colori, scorci, paesini, laghi, angoli di oceano che non ti aspetti, o anche se te li aspetti sono mille volte piu’ belli di come li avevi immaginati. Ti immagini i ragazzini di Stand by me e il negozietto di Leland Gaunt di Cose preziose lungo quelle strade e dopo anni di amore incondizionato per Stephen King e’ stata una rivelazione vedere quei posti. Che poi non e’ tutto bello come sembra, viverci in un posto in cui alle 8 non c’e’ piu’ niente da fare, in cui non ci sono posti dove andare ha di sicuro aspetti meno divertenti (e infatti in un 7eleven abbiamo visto le due facce da tossici di ero piu’ devastate che io ricordi di aver mai visto e non facevano di sicuro 40 anni in due…).
Capitolo a parte per le aragoste, qui i chioschetti che vendono i lobster roll hanno la stessa frequenza dei chioschi della piada in Romagna e il prezzo medio e’ meno di 20 dollari al chilo, per cui ci uniformiamo al costume locale, entriamo in un Lobster Pond, scegliamo un bestione da 1.3 KG, la vediamo finire nella rete e uscire dal locale per essere bollita in enormi pentoloni di acqua di mare che si trovano all’esterno, alimentati rigorosamente con legna locale (e il profumo si sente dalla strada…). Quando il bestione torna indietro e’ cotta a puntino e servita su un vassoio con pinze, limone, tovagliolone e burro, niente piatti, posati o tovaglie, si mangia su tavoloni condivisi e ci si sporca irrimediabilmente. E’ strano come quello che passa per essere uno dei cibi piu’ raffinati al mondo abbia una modalita’ di consumo che raffinata non puo’ essere: mistero irrisolto, io adoro mangiare con le mani, per cui l’aragosta i granchi e i crostacei in generale sono una gioia!
Spostandosi a nord est lungo la costa del Maine il paesaggio diventa piu’ estremo, l’oceano forma fiordi lunghissimi, i paesi si diradano e diventano sempre meno turistici, si intuisce che la versione colorata del sud dello stato e’ quella facile e piu’ accessibile, ma quella vera e’ altrove. Arriviamo fino ad Acadia, l’unico parco nazionale del Maine, giriamo per strade piccole, cerchiamo fari e percorsi alternativi e poi diventa ora di tornare e scopriamo che se la costa del Maine e’ bella, la regione dei laghi all’interno non ha niente da invidiare in paesaggi e varieta’.
Capitolo a parte, le citazioni cinematografiche da cui siamo passati:
a Gloucester, MA hanno girato La tempesta perfetta
a Searsport, ME c’e’ il porto in cui si nasconde l’Ottobre rosso
invece non esistono Castle Rock, Salem e Cabot Cove (Jessica Fletcher again!) ma l’impressione e’ di averli visti tutti lo stesso.
A seguire Cape Cod nella tempesta e perche’ le foglie e le aragoste diventano rosse se prima erano di un altro colore.
Boardwalk in Asbury Park, originally uploaded by Littlelakes.
Continua la collezione di luoghi mitici su e giu’ per il New Jersey.
Mik lo ha scelto perche’ voleva vedere il posto sull’Oceano in cui e’ ambientato il sogno di Toni che chiude la seconda serie dei Sopranos, io perche’ Asbury Park e’ casa del Boss (appena dietro la spiaggia c’e’ lo Stone Pony, il pub in cui ogni tanto come per miracolo appariva a suonare).
Tutti e due credo che ci torneremo per l’atmosfera un po’ decadente, per la bellezza dell’oceano quando in spiaggia non c’e’ nessuno e per l’ottimo ristorante Stella Marina che ci ha consigliato Byron :)
Il capo ha detto si, il boss americano pure, settimana prossima due lussuosi giorni di ferie, si prende la macchina e si parte in direzione nord, 4 giorni da spendere tra la costa sud del Maine e Cape Cod. Qualcuno sa dov’e’ Castle Rock?
Ehi, se ci state pensando, Castle Rock non esiste, o meglio esiste per tutti quelli (tanti!) che amano il Re…non Elvis, Stephen King..
Nella lista delle cose che voglio fare nella mia vita tra questa estate e l’inizio dell’autunno ci sono stati buoni progressi: mi sono sentita piccola piccola al Grand Canyon, ho comprato un paio di Louboutin, ho mangiato aragosta agli Hamptons, se tutto va bene tra un paio di settimane vedo anche i colori dell’autunno in Maine, ma ieri sera ne ho smarcata una di quelle importanti, una speciale, un concerto del Boss a casa sua (che per quest’anno è pure casa mia), il New Jersey.
Il Giants stadium cambia faccia, quello vecchio verrà abbattuto molto presto e quello nuovo è già pronto li di fianco, con tutti i box extralusso che qui vanno per la maggiore…e no, i box non sono i garage per parcheggiare mentre si va alla partita, quanto piuttosto salette extra confot che si affacciano sullo stadio, in cui chi ha i soldi puo’ permettersi di vedere il football o il baseball al calduccio, con la musica in filo diffusione e i camerieri in guanti bianchi. Uno stadio pieno di box che costano migliaia di dollari l’uno è quanto di meno NJ style io possa immaginare, ma hanno fatto lo stesso anche con lo Yankee stadium e dicono che il ritorno è buono, per cui sapranno bene loro. Ad ogni modo, il Giants stadium va giu’ e nessuno come il padrone di casa indiscusso qui attorno si presta meglio per i concerti di chiusura, tanto che tutte le serate si aprono con la canzone che è stata scritta apposta per queste serate, Wrecking Ball. Di solito ai concerti la canzone di apertura comporta anche un po’ di scena, che so, almeno un po’ di fumo e di luci laser, invece la E street band sale sul palco, arriva Bruce e via che attaccano, senza nemmeno aver ancora spento le luci ed è un boato, perchè qui tutti hanno in mente di cosa parla quando canta I was raised out of steel in the swamps of Jersey, I’ve seen champions come and go.
Il Boss ha sessant’anni ma è sempre lui, una di quelle facce che hai visto da sempre, i jeans attillati, la camicia, i capelli un po’ scarmigliati e quella parlata che non si capisce un accidente, ma che fa venire la pelle d’oca alta due dita e non c’entra niente il freddo della sera. Canta di filato per 3 canzoni (Tenth Avenue Freeze-Out, No Surrender,Outlaw Pete) e poi decide che si vuole riposare e Hungry heart la fa fare allo stadio, lui tira su le braccia e dice C’mon ogni tanto e intanto il pavimento trema. Per ogni serata di questa serie di concerti il Boss e la E street band hanno deciso che il miglior regalo è eseguire dall’inizio alla fine uno dei loro album storici, mercoledi hanno fatto Born to run, sabato ci sarà Born in the USA e per noi Darkness on the edge of town, fatto sta che quando attacca Badlands (che resta una delle mie preferite di sempre) sono talmente contenta che decido seduta stante che se ci sono i biglietti ci torno pure sabato prossimo. Senza pause e senza chiacchiere, infilano tutto l’album , con il Boss che corre in giro, fa pure stage diving (e torna indietro sul palco con ancora la chitarra al collo, ma essendo in NJ gli avranno come minimo fatto il portafoglio…), smazza high five a tutti quelle delle prime file, compresi quelli del primo anello.
Come per incanto, nelle prime file cominciano a comparire cartelli che prima non c’erano e scopriamo che è tradizione che i fan richiedano le canzoni che vogliono sentire, come quando da piccoli telefonavamo a radio Bologna international per la canzone del cuore. Per questa sera ci tocca una prima assoluta, mai cantata…Bruce prende il cartello, confabula con Little Steven e nel giro di mezzo minuto attaccano una versione di Jailhouse rock che tira giu’ lo stadio e di sicuro avrà strappato un sorriso al Re del Rock ‘n’ Roll. Nella terra di American Idol, il Boss va oltre, corre verso il primo anello, si arrampica (giuro, si aggrappa alla barriera come il miglior teppista, si tira su a braccia e atterra nel primo anello, con immensa gioia della security che se l’è perso e con adorazione completa della gente intorno) si mette a cantare da in mezzo al pubblico e passa il microfono a una biondina che avrà fra si e no 6 anni, ma ha una voce spettacolare che strappa un “She’s good” con un sorriso al Boss: se questa domani non è in tv non riconosco piu’ questa nazione. Da qui in poi è tutta discesa, Thunder road è talmente bella che quasi non ci si crede, poi attacca the Rising e non c’è una sola persona nello stadio che non sia in piedi, qui i cieli scuri e pieni di dolore di cui la canzone racconta li hanno visti dalla finestra e per chiudere l’inno del New Jersey, l’unico stato talmente folle da fare di una storia che racconta il desiderio di fuggire lontano, di trovare altrove tutto quello che qui non c’è il proprio inno. E non c’è freddo o pioggia o differenze di età, cultura o generazione che tenga:
Baby this town rips the bones from your back
It’s a death trap, it’s a suicide rap
We gotta get out while we are young
‘Cause tramps like us, baby we were born to run
Restano ancora 5 bis, il gran finale mette in fila Dancing in the dark, American Land e Rosalita, come da tradizione ci sono i fuochi di artificio, la band saluta il Jersey e poco importa se piove e se l’audio ha fatto le bizze, non ci sono se e ma in una serata cosi.
A margine: Little Steven, aka Steve van Zandt, è un mito, ha un nome da olandese, la faccia da latino ed interpreta un mafioso italiano nella serie che ha fatto conoscere il New Jersey al mondo (no, non Real housewives of New Jersey…i Soprano…). Il mio supereroe assoluto.