La mia iniziazione al football passa per uno dei pomeriggi in cortile in quel di corso Aldo Moro, quando l’America era un’entità misteriosa e lontana da cui il cugino di Tabba che ci andava ogni tanto portava a casa scarpe rarissime bianche con un baffo azzurro cielo e magliette gigantesche di squadre sconosciute che giocavano a uno sport che richiedeva di essere grandi, grossi e con una netta predisposizione ad accatastarsi in pile umane. Dei vari sport americani il football è forse quello che mi ha sempre affascinato di meno, credo di saper nominare un solo giocatore del passato (Dan Marino) perchè compariva in Ace Ventura e uno del presente (Toni Romo) per avere regalato la sua maglietta a Michael dopo il soggiorno a Dallas; quanto alle regole, non credo di averle mai capite, se non per quel minimo evidente che se porti la palla dall’altra parte del campo becchi 6 punti, fai touchdown e hai anche un kick aggiuntivo.
Detto questo, ieri pomeriggio ero ovviamente parte di quei svariati americani che hanno guardato il Superbowl numero XLIV (sono curiosa di sapere quanti di tutti quei milioni hanno un’idea di come si leggano e usino i numeri romani), tra i riti americani il Superbowl party era uno dei pochi che mi mancava, per cui occasione da non perdere.
Il ritrovo è da Mare e Mike, con una tv 64 pollici a disposizione e una casa enorme non c’è migliore location possibile, anche perchè i party della famiglia Silva sono ormai riconosciuti come epocali, la composizione dei partecipanti eterogenea, i bambini in sala giochi (certo, se hai un’enorme casa americana e 3 figlie hai anche la sala giochi…) intenti a battere record a Super Mario, la birra in ghiaccio e il cibo in quantità industriali.
Prima tradizione del Superbowl: si scommette. Sul tavolo c’è una matrice 10×10, tu metti il tuo nome in una delle caselle e allunghi 5 $ a casella, poi si sorteggiano i numeri per le coordinate delle caselle che sono quindi in ordine totalmente sparso. Vince chi si è preso la casella individuata dalle seconde cifre dei numeri del risultato, un vincitore per quarto. Ho 5 $ in tasca e non vinco niente.
Seconda tradizione: America the beautiful (cantata da Queen Latifah) e l’inno nazionale (cantato da Carrie Underwood) si guardano tutti in piedi attorno al divano, poi si agguanta la birra e si prende posto.
Terza tradizione: il concerto dell’intervallo deve essere scintillante e travolgente, ma dopo l’incidente di qualche anno fa con Janet Jackson, costato alla CBS un bel po’ di quattrini, ci vanno cauti e procedono con riesumazioni geriatriche, per cui quest’anno ci sono gli Who che fanno il loro dovere cantando quelle che alle nuove generazioni sono ormai note come le sigle di tutti i CSI possibili (per la cronaca Baba O’Reily, Who are you, Won’t get fooled again).
Quarta tradizione: il quarto quarto è il migliore, pare che lo sappiano tutti, per cui i bambini mollano la Wii, le signore recalcitranti smettono di parlare di chi combina cosa con chi e tutti sono davanti alla tele. In effetti è vero, il quarto quarto è il migliore e l’intercetto e touchdown che svoltano la partita valgono da soli la visione della gara.
Vincono i Santi di New Orleans, qualcuno si lancia dicendo che è un segno della rinascita della città, ma quella che fanno vedere è solo Bourboun Street, già tirata a lucido per il Mardi Gras di settimana prossima e non è da li che si misura quanto lontani siano gli effetti di Katrina.
Quinta tradizione: gli spot in mezzo alla partita sono i migliori di sempre, ma devo dire che quest’anno non c’è stato niente di veramente folgorante, a parte il colpo a sorpresa del Late show, mettere quei tre tutti insieme ha richiesto coordinazione e trattative che in confronto i 3 di Yalta erano una combriccola di amici che si trovavano per una birretta.
Ultima tradizione americana: sleep over, le feste da Mare sono troppo epocali per mettermi in macchina da sola e ovviamente una enorme casa americana ha una camera per gli ospiti e io ormai sono una abituée.