March 26, 2010

Phase 2 – Andalusia (parte 1)

Ammetto che abbiamo deciso di andare in Andalusia perche’ non avevamo voglia di fare un altro volo intercontinentale per andare in Florida o ai Caraibi. Spesso il modo e il motivo per cui finisci da qualche parte non sono esattamente lineari, io per esempio sono finita per un anno in USA perche’ c’era la crisi e il consulente che doveva andarci al mio posto non e’ stato confermato. Per dire.

Ringrazio quindi la scomodta’ dell’economy class per avermi regalato 12 giorni di meraviglia pura, di paesaggi mozzafiato, di citta’ e paesini, di oceano e di mare, di poverta’ e di tecnologia super avanzata, di tapas e vino tinto, di spagnolo inventato e di risate.

In fila, abbiamo visto Ronda, che fatte le dovute proporzioni e’ forse uno dei posti piu’ belli in assoluto, con le sue case arrampicate sulle rocce sopra la gola del fiume, con i suoi ponti pieni di storia (dicono che durante la guerra civile i franchisti buttassero giu’ chiunque franchista non fosse dal Ponte nuovo…vivo) e soprattutto con la Plaza de toros piu’ antica di Spagna, con le storie di Hemingway a raccontare di Ordonez e Dominguin, con l’icona di Pedro Romero che ha codificato il toreare moderno. Niente corrida pero’, troppo presto perche’ tutto comincia con la settimana santa.

Dopo Ronda, Cadice che credo sia stato il posto piu’ contraddittorio e sorprendente in positivo che abbiamo incrociato: nutro uno scetticismo a pelle per le citta’ di mare, mi mettono un po’ di malinconia e per questo finisco per preferire posti piccoli e Cadice sembrava non essere diversa. Si entra nella parte vecchia della citta’ da un vialone lungo eterno costeggiato da palazzoni anonimi, anzi no proprio brutti, che coprono completamente la vista dell’oceano, poi si entra nella parte vecchia e anche li almeno all’inizio non va molto meglio. Poi cambia e Cadice si apre con un dedalo di stradine che sono sempre piene di gente, con piazze che dire vissute e’ poco. Ecco forse e’ questo che mi e’ piaciuto di Cadice: non c’era niente di programmato, nessun evento, nessun concerto, ma le piazze erano semplicemente piene di gente e soprattutto piene di bambini che giocavano e facevano un casino infernale. Forse e’ vero che se vivi in un posto in cui a meta’ marzo ci sono gia’ 18 gradi e’ piu’ piacevole andare in piazza per prendere il caffe’, ma e’ anche vero che e’ impossibile farlo a prescindere dalla stagione se il centro della tua citta’ si e’ spopolato e si e’ trasformato in un deserto a orologeria. Poi a Cadice c’e’ l’oceano e non c’e’ niente da fare, l’oceano da dipendenza: dovevamo andare a Tarifa a vedere se si vedeva il Marocco, ma non ci siamo mai arrivati perche’ ci siamo fermati per la via in mille posti piccoli in cui si sono fatti pezzi di storia (Cabo Trafalgar per dirne uno, mica se la sono inventati gli inglesi Trafalgar…) o in cui semplicemente la natura e’ stata molto generosa e ha regalato spiagge bianche infinite, dune e vento e maree.

Passo successivo Siviglia, che me la immaginavo bella ma non cosi’ bella, non cosi piena di storia e di storie, di angoli in cui perdersi. Dovevamo starci 2 giorni e siamo rimasti per 3, se ce ne fosse stata la possibilita’ saremmo forse rimasti ancora. I montadito di pringa e il vino dulce de naranja devono essere una droga potentissima, ma d’altra parte come si puo’ non voler restare in una citta’ in cui i portoni della cattedrale sembrano la porta di Moria del Signore degli anelli, in cui i giardini hanno profumo di arance, in cui ci si puo’ perdere per ora nei giardini dell’Alcazar o ritrovarsi in un posto minuscolo a parlare con un inglese bohemien che di li a qualche mese dovra’ finire il suo libro sulle corride e uccidere il suo primo toro…come si fa?

Il parco della Donana, Granada, Cabo de Gata e i teloni nella parte 2, adesso caffe’ che e’ pur sempre l’ultimo giorno di un mese di ferie..

March 21, 2010

Tra l’Andalusia e il West..

Premessa numero 1: questa storia parla di comunisti
Premessa numero 2: questa storia e’ stata pensata e scritta in un paese libero (la Spagna), per cui che parli di comunisti e’ solo un dettaglio marginale
Premessa numero 3: questa storia e’ totalmente inventata ma Marinaleda esiste davvero

Nelle terre del”Andalusia e in generale della Spagna per un bel po’ di tempo essere comunisti non e’ stato esattamente facile, ci si rischiava il collo e anche in malomodo (a onor di cronaca per un bel po’ di tempo in Spagna non e’ stato facile essere anche un sacco di altre cose, tipo donne, preti, maestri di scuola, ma non e’ di questo che parla questa storia).
Nel mezzo delle campagne riarse dal sole attorno a Siviglia c’e’ un paesino che si chiama Marinaleda, un paesino dove stanno provando a portare avanti la convinzione che se si sta meglio tutti quanti il mondo e’ non solo più’ giusto ma anche più’ bello, la certezza che con tutto il bene per il capitalismo, non deve essere del tutto positivo che tutte le terre attorno al posto in cui sei nato e cresciuto appartengano a una manciata di ricconi e che a te restino le briciole, anche perché le briciole che rimangono da una terra così dura e difficile sono proprio poche.
Questa storia comincia nei primi anni 80, quando la giunta di Marinaleda si chiese se non fosse il caso di pensare a un gemellaggio: negli anni 80 se nel cartello di ingresso del tuo paese non c’era scritto che eri gemellato con qualche posto sperduto nel mondo che nessuno ha mai sentito nominare non eri nessuno e anche in questo angolo di Andalusia non volevano essere da meno. Per fare una cosa fatta bene i bravi andalusi comunisti cominciarono a guardarsi intorno e esclusi i gemellaggi ovvi con Mosca e Cuba pensarono che una buona opzione di gemellaggio potesse venire dall’altro lato del mare, in quella Italia che in quegli anni vantava il più’ grande partito comunista fuori dal blocco di oltre cortina.
Come prima opzione cominciarono a guardare verso la rossa Emilia, ma tutto sommato il comunismo alla bolognese (tutti uguali ma tutti in Mercedes) risulto’ poco comprensibile ai fieri andalusi, che spostarono lo sguardo oltre Appennino, in quella terra Toscana che tanto assomigliava alla loro Spagna: vigneti e oliveti, colline dolci, paesini arroccati, strade costeggiate di cipressi e gente schietta…e comunista.
Trovata la regione non fu nemmeno troppo difficile trovare anche un posto che si prestasse al gemellaggio, lungo la via tra Pisa e Firenze c’era il paesino perfetto e da li a prepararsi all’incontro e alle cerimonie varie fu un attimo.
La banda locale preparo’ una specie di inno che voleva significare la comunione tra le due cittadine, con tanto di prove in piazza alla presenza di qualche turista e di due italiani strani che garantirono che l’inno sarebbe stato un successo, i contadini delle cooperativa prepararono il migliore assortimento delle delizie locali e la delegazione si mise in moto, anzi in treno, che nei primi anni 80 solo i signori prendevano gli aerei perché’ le low cost non le avevano ancora inventate.
Dopo un viaggio lungo e periglioso la delegazione di Marinaleda arrivo’ a destinazione e venne accolta con tutti gli onori dalla rappresentanza locale e da tutta la cittadinanza che per l’occasione aveva tirato a lucido il paese. In piazza gli autoparlanti diffondevano le note di quella che nell’estate dell’83 era la canzone più’ gettonata, agli amici toscani sembrava perfetta, era anche in spagnolo e quel “Vamos a la playa, oh oh oh oh oh” piaceva proprio a tutti.
Fu difficile immaginare maggiore sbigottimento e sorpresa nelle facce dei delegati andalusi, quella che gli autoparlanti presi in prestito dalla festa dell’Unita’ stavano diffondendo era niente meno che una versione imborghesita dell’inno che loro avevano composto per l’occasione, il celebrativo “Vamos a Palaia” che doveva suggellare l’amicizia tra i due paesi.
Con scorno e disappunto si rischio’ la crisi, la rottura sembrava inevitabile e il gemellaggio saltato, ma si decise che non si poteva stare li a discutere dell’offesa nel mezzo della piazza del paese, molto meglio usare le sale del bar e cercare di trovare una soluzione e una spiegazione.
Mentre il Campari e la birra cominciavano a circolare, qualcuno degli andalusi si ricordo’ dei due strani italiani che avevano assistito alle prove dell’inno e da li a capire cos’era successo fu un attimo. Il gemellaggio fu salvato, l’inno perso in qualche archivio storico e l’orgoglio comunista rimase intatto.

La morale di questa storia e’ che non e’ l’amore che vince sempre sull’odio ma sono la cerveza e il Campari.
E questa storia e’ dedicata a Massi e Monia ai quali abbiamo succhiato credito telefonico per farci venire in mente il nome della Quirina nel mezzo di una tapas in quel di Ronda.

March 6, 2010

Phase 1

Nel lusso incomparabile di 4 settimane di ferie, la prima é ormai conclusa, 8 giorni italiani a godersi casa, famiglia, amici, cibo italiano e una chiusura di inverno folle che passa da giornate di sole primaverile a nevicate improvvise.

Mi prendo il tempo per non fare niente, per confermare che a fare le espressioni di matematica sono ancora una macchina (anche quelle in cui c’è da convertire i numeri periodici in frazioni!), per andare in giro con la mamma mentre piove, per vedere amici che non vedevo da tantissimo (raduno della classe delle elementari, mica roba da ridere), per coccolare una nipotina che cresce e diventa sempre piu’ bella.

Sono anche riuscita a fare un giro in una Bologna grigia e improvvisamente sotto la neve ed é stato un po’ come incontrare il fidanzatino delle medie, lo riconosci, conosci le espressioni e le cose belle, ma ti accorgi anche di cambiamenti che non noti in cio’ che vedi tutti i giorni. Ho girato con gli occhi della turista tra piazza Santo Stefano e Corte Isolani, ho preso il cappuccino da Zanarini, comprato libri da Feltrinelli a porta Ravegnana e fatto windows shopping tra via Farini e via D’Azeglio, ricordandomi ad ogni angolo perchè amo questa città e perchè la sento cosi casa. Ma non ho potuto non vedere che via Indipendenza non è piu’  la via salotto di una volta, ci sono rimasta male nel vedere la jeep dell’esercito davanti a palazzo D’Accursio (l’ultima volta che ho visto l’esercito in una piazza ero a Beirut…) e ho avuto l’impressione che la gente fosse troppo di corsa e troppo lontana. Ma è bella Bologna, di una bellezza sottile e con qualche ruga, come le sue signore eleganti che vanno a spasso sotti i portici e se c’è un posto in cui penso di tornare forse è proprio all’ombra delle due torri che mi vedo. Senza fretta, senza progetti ne promesse, domani si torna in Svizzera e mercoledi si parte per la fase 2 della vacanza, con il sole dell’Andalusia che ci aspetta.

March 2, 2010

Empire state of mind

Ho un post in draft su questo anno americano appena chiuso da quando ho messo piede in aereo sulla via del ritorno, o forse ha cominciato a formarsi nella mia testa da quando la macchina ha lasciato il New Jersey direzione NYC in un venerdi sera con mille aspettative, lacrime e promesse di non perdersi di vista.

Salutare gli States é stato un po’ come chiudere una vacanza, ci si abbraccia, si scoprono cose incredibili proprio all’ultimo giorno, ci si dice che il mondo é piccolo e che un oceano si salta in fretta. Ci si riempiono gli occhi dei colori, delle luci e di quello skyline che non ha niente di uguale al mondo, con la certezza che non sarà l’ultima volta e con addosso quella malinconia sottile che ti entra dentro piano piano come ogni volta che si lascia qualcosa di bello, qualcosa che ti ha cambiato, qualcosa che ti ha fatto vedere il mondo in modo diverso.